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Il Premio
Maestro è un riconoscimento alla carriera conferito ai musicisti
che dedicano la loro vita alla musica.
(2007) Federico
Incardona
(2006)
Paolo Emilio Carapezza
(2005)
Gioacchino Lanza Tomasi
(2004)
Bruno Canino
(2003)
Eliodoro Sollima
(2002) Salvatore
Cicero
(2001)
Giovanni Perriera
(2000)
Livia Giacchino Paunita
PREMIO MAESTRO 2007
Federico Incardona (Palermo, 13 maggio 1958 – 29
marzo 2006)
Comincia a comporre da autodidatta sin dall'adolescenza. Dal 1974 frequenta
assiduamente l'Istituto di Storia della Musica dell'Università
di Palermo: vi studia sotto la guida di Paolo Emilio Carapezza e Antonino
Titone, che avevano organizzato le Settimane internazionali di nuova musica
di Palermo (1960-68) e diretto Collage, rivista di nuova musica ed arti
visive contemporanee (1963-70). La sua vena fluida ed abbondante subito
si raddensa in sapienti aforismi: il suo debutto avviene nel 1977 al Politeama
con Mit höchster Gewalt, scritto per i solisti dell'Orchestra Sinfonica
Siciliana.
La sua formazione si fonda non solo sulla storia e l'analisi della musica,
dai Greci ad oggi, ma anche su un'intensa cultura filosofica e letteraria.
Dopo quattro anni di studio e di silenzio (durante i quali si lega d'amicizia
ai compositori Sylvano Bussotti, Franco Evangelisti, Luigi Nono e Camillo
Togni ed al filosofo Heinz-Klaus Metzger, che in vari modi lo influenzano)
inizia la sua stagione piú feconda (1981-89). Avec un morne embrassement,
sinfonia da camera, alla Biennale di Venezia del 1981 lo impone all'attenzione
internazionale: Enzo Restagno ne ammira «la sonorità agglutinata
e cupa, densa di echi oscuri» e «la volontà di canto
[…] smussata da spossatezza tragica».
Segue una serie impressionante di capolavori, tra i quali: Soave sia il
vento, per sei strumenti (Festival Pontino, 1982); Des Freundes Umnachtung,
dialoghi sinfonici per grande orchestra (Biennale di Venezia, 1985; Prague
Europe Festival, 1993); Sulla lontananza, per tre strumenti (Amsterdam
Holland Festival, 1986); Postludio alle notti, per grande orchestra (Palermo,
Roma e Milano, 1988); Mehr Licht, su versi di Costantino Kavafis, per
soprano, violino, pianoforte ed undici strumenti (Orestiadi di Gibellina,
1989; Autunno di Varsavia, 1994); "Malor me bat". Graffito da
Ockeghem: per Luigi Nono, per trio d'archi, tre bottiglie soffiate e crotali
(Palermo, 1995).
«L'incorporazione dell'erotismo nel suono – dichiara l'autore
– avviene tramite una regola feroce, che è quella del serialismo».
Fonte e legge compositiva di quasi tutte le sue opere mature è
infatti la serie dodecafonica che Webern aveva progettato per il Konzert
op. 32 (che la morte violenta gli impedí di scrivere): essa genera
serie enarmoniche (per quarti di tono) di ventiquattro note, che della
musica di Incardona costituiscono le anime. S'incarnano queste in corpi
sonori tenebrosi e risplendenti di carbonio/diamante: l'approfondimento
del radicalismo piú rigoroso – come l'autore stesso scrisse
d'Evangelisti – produce «il bagliore inaudito del suono depurato
da ogni edonismo, il fermento d'incredibili miraggi da strutture semplici».
Dopo oltre un lustro d'eclisse, risorse il suo genio nei suoi ultimi anni,
quasi stella nova, con il massimo splendore: risonarono le sue ultime
grandi opere sinfoniche, Per fretum febris per orchestra e coro di voci
bianche (2000), Ho chiesto alla polvere per orchestra (2002) e Il resto
alle Ombre per flauto diritto contrabbasso e orchestra (2003) in quel
Politeama della sua città, dove un quarto di secolo prima aveva
debuttato. Egli vi ha a pieno realizzato l'intuizione socratica, perseguita
da Beethoven e Mahler, da Schönberg e Webern, che la musica sia il
genere supremo di filosofia: nell'espressionismo intenso della sua musica,
infatti, la costruzione è sempre al servizio d'un discorso dialettico
denso e profondo, ma – nelle sue ultime opere – limpido e
fluido come la melodia belliniana.
Ed è stato anche un grande maestro; sotto il suo influsso benefico
s'è formata una generazione di giovani compositori siciliani. Il
suo magistero, oltre che nella sua stessa casa, si è svolto soprattutto
nell'Istituto di Storia della Musica (dal 2000 Sezione Musica del Dipartimento
Aglaia) e nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università
di Palermo. Gli autografi delle sue opere si conservano a Palermo, nella
sua casa di via Porta di Castro e nell'Archivio CIMS presso la Mediateca
Comunale di Palazzo Ziino: ne sono editori Casa Ricordi e RAI Trade.
Paolo Emilio Carapezza***Autoritratto
Nasce a Palermo nel 1958 [13 maggio].
Rigorosamente autodidatta, individua la sua traiettoria linguistico-cognitiva
nell’esplorazione serrata dell’opera mahleriana e della Seconda
Scuola di Vienna. In Webern riconosce non tanto la “superstizione
del numero” quanto, secondo la lettura di Maderna e di Nono, la
fulgida sinergia di rigore ed emozione, il compimento etico del Romanticismo.
Considera fondamentale la frequentazione dell’Istituto di Storia
della Musica dell’Università di Palermo e la successiva amicizia
con Paolo Emilio Carapezza, Angelo Faja, Francesco Pennisi, Aldo Clementi,
Antonino Titone, Michele Canzoneri, Aurelio Pes.
Studia sia il patrimonio musicale del Rinascimento siciliano (Pietro Vinci,
Antonio Il Verso) che le estreme manifestazioni del pensiero compositivo
contemporaneo: Kagel, Donatoni, Evangelisti, etc. Sotto la guida di Paolo
Emilio Carapezza ascolta per la prima volta Due voci di Sylvano Bussotti:
l’opera, che gli rimarrà indelebilmente impressa, gli testimonia
perentoriamente la possibilità di continuare a “pensare”
in musica dopo Webern.
Scrive fra il 1975 e il 1977: Memoria per quartetto d’archi; Due
Lieder su versi di Kavafis per voce e strumenti; Mit höchster Gewalt
per ensemble strumentale, sua prima opera eseguita in pubblico. L’amicizia
con Roberto Pagano, all’epoca direttore artistico dell’Orchestra
Sinfonica Siciliana, gli consente, tra l’altro, di “assorbire”
il pensiero orchestrale “sul campo”, svelando cosí
la sua peculiare inclinazione a considerare qualsivoglia organico trattato
come parte di un esaustivo, utopico, “Organon” sinfonico.
Segue un periodo di silenzio e di stasi linguistica, dovuto al tentativo
impossibile di conciliare l’estremo distruttivo pensiero di Kagel
e la sublime afasia di Evangelisti con la rovente eredità dello
“strutturalismo” etico-emotivo di Mahler e Webern, esemplificato
in sintesi, nel presente, dalle opere di Bussotti. L’incontro con
questo prima, e con Heinz-Klaus Metzger dopo, sarà decisivo per
il superamento della crisi.
Tra il 1980 e il 1981 scrive Avec un morne embrassement per piccola orchestra,
eseguito alla Biennale di Venezia e pubblicato dall’editore G. Ricordi
& C. Da quel momento affronta metodicamente l’esplorazione del
pensiero dodecafonico, che partendo dallo studio dei Fünf Klavierstücke
op. 23 di Schönberg (“Composizione con le [12] note”)
approda alla serie weberniana dell’incompiuta op. 32, sintesi retro-progressiva
dello spazio sonoro della musica d’Occidente ed occulto punto di
avvio per la sua formulazione di un panserialismo “dinamico”.
Capitale, al riguardo, la conoscenza di Camillo Togni e lo studio delle
sue opere.
Ritrova, nella raccolta Favara-Tiby dei canti popolari siciliani, l’etica
mahleriana del dolore non sublimato ma cosale: la percezione “in
corpore” di questa condizione mentale in quello che resta della
cultura popolare, e la riconsiderazione della polifonia rinascimentale
siciliana che se ne nutriva, gli fa pensare in concreto la possibilità
di un linguaggio “novissimo” che, procedendo da Mahler e Webern,
affondi le sue radici nella profondità fisica dell’etnia.
Palermo e i suoi quartieri, la “voce perduta” dei suoi adolescenti,
diventano cosí “centro experimentale del Mondo”, laboratorio
privilegiato di una tentazione alla sintesi degli estremi, nella ricerca
di un procedere compositivo ed umano che sia realmente, parafrasando Kolisch
decifrato da Metzger, “tradizione perpetua come e in quanto rivoluzione
permanente”.
Importanti gli incontri e l’amicizia con Augusto Vismara, che gli
farà conoscere la vita e l’opera di Giuseppe Ganduscio, sconosciuto
teoreta e cantore delle remote melodie siciliane; con Roberto Fabbriciani
e Ciro Scarponi, che gli sveleranno in dettaglio il pensiero compositivo
dell’estrema stagione di Luigi Nono. La conoscenza di questo e l’iniziazione
al pensiero di Cage, psicagoghi Ulrike Brandt e Alfonso Fratteggiani Bianchi,
aggiungeranno alla certezza un dubbio metodico finalmente fecondo.
PREMIO
MAESTRO 2006
Paolo Emilio Carapezza
«Il poter comunicare con gli altri è l’interesse dominante
di Novelli. Un interesse esclusivo, morboso. La valanga materica che rischia
di sommergerlo, provoca la paura di non poter comunicare; di qui il suo
gesto drastico: della materia usa solo la spuma leggera e incolore e erompe
disperatamente nel logos, nel discorso, nel mezzo di comunicazione per
antonomasia. Giunge ai segni dell’Alfabeto, convenzionale senza
dubbio ma sicuro: dallo sfogo aperto esce ora un torrente, ora un ruscello;
per la troppa foga può incepparsi su una vocale, su una A terribilmente
a lungo: ma dice, ma grida. Da quella leggera delicata spuma di materia
non c’è pericolo di rimanere coperti, murati, di affogarci;
ma è ancora possibile che gli altri non si interessino, rimangano
indifferenti a quanto lui deve dire: ed egli ne eccita la curiosità
dicendo le cose a mezzo e facendo pensare a chissà quali grandi
misteri, nascondendo i suoi frammenti di frasi per far divertire a trovarli,
coprendoli con quella dolce spuma, dolce a vedersi, a toccarsi…
a mangiarsi».
Vi avrà sorpreso che per aprire questo breve omaggio all’insigne
musicologo e caro amico Paolo Emilio Carapezza, io abbia scelto di citare
un suo scritto dedicato non a un musicista ma a un pittore. Ma ho voluto
mostrarvi la vastità dei suoi interessi in così giovane
età. Lo scritto è infatti il più lontano nel tempo,
tra quelli pubblicati, che di lui io conosca. Per una mostra che portò
a Palermo per la prima volta tre grandi pittori italiani, Novelli, Scialoja
e Turcato, e che si inaugurò il 18 marzo del 1961 nei locali della
Galleria Tindari che allora dirigevo, Carapezza scrisse la nota di presentazione.
Aveva solo 24 anni, essendo nato nel 1937; vedete quanto maturo era già
il suo pensiero e tersa la sua scrittura! L’anno dopo, il 7 ottobre,
in questa stessa sala, avrebbe tenuto una conferenza che intitolò:
"La Costituzione della Nuova Musica". La conferenza si svolse
nell’ambito della terza Settimana Internazionale Nuova Musica; Carapezza
pose le basi della sua riflessione critica sulla musica della seconda
metà del Novecento, che avrebbe sviluppato seguendo il percorso
creativo dei tanti grandi compositori del nostro tempo. Con la stessa
sicurezza di sguardo e prodigiosa sintesi formale che si prolunga fino
a oggi: risale a un paio di mesi fa, forse meno, una conferenza che ha
tenuto a Dublino sul catanese Aldo Clementi, uno dei massimi compositori
viventi, del quale si era occupato già a proposito di Informel
3, in prima esecuzione proprio in un concerto di quella terza Settimana.
Ma a febbraio da Roma mi aveva scritto: «ho suonato Ricercari di
Frescobaldi». Frescobaldi come Clementi: Carapezza considerava a
un tempo, e con lo stesso acume, l’antico e il nuovo. Così
nel 1970 poté pubblicare con me l’ultimo volume di «Collage»,
una rivista dedicata alla musica e alle arti visive di quegli anni, e
il primo di un’impresa alla quale aveva posto mano su impulso del
nostro maestro Luigi Rognoni. La collana «Musiche Rinascimentali
Siciliane». Già 24 i volumi editi, e se ne prevedono almeno
altrettanti. Di grande formato, impeccabili per la compiutezza scientifica
e la resa tipografica: imponente monumento eretto dalla ricerca musicologica
di oggi in onore della nostra musica di ieri, con la collaborazione di
studiosi italiani e stranieri e innanzi tutto con il prezioso ausilio
dei condirettori Maria Antonella Balsano e Giuseppe Collisani. Anche qui
potrei citare non uno ma molti nomi sui quali s’è posato
lo sguardo di Carapezza, tanto fiorente di musiche fu per noi quel periodo
come lo è il momento presente: un secondo Rinascimento che egli
ha non solo studiato e rivelato, ma vissuto da protagonista.
E dal XXI secolo potrei risalire ben oltre il XVI, fino all’antica
Grecia. Resisto tuttavia alla tentazione di sciorinarvi dati e date: se
solo dovessi leggervi l’elenco delle sue pubblicazioni, andrei ben
al di là del tempo che mi è stato messo a disposizione.
Non posso però terminare senza ricordare Mozart e la grande trilogia
dapontiana, sulla quale ci lascia studi esemplari, raccolti ora nel libro
Mozart e Da Ponte. E sempre, da un apice all’altro della cultura
musicale dell’Occidente, il pensiero di Carapezza è rifluito
nell’insegnamento accademico: una lectio magistralis che prosegue
ininterrotta da più di quarant’anni.
Antonino
Titone
PREMIO
MAESTRO 2005
Gioacchino Lanza Tomasi
Gioacchino Lanza Tomasi è nato a Roma nel 1934. Segue la famiglia
a Palermo dopo la guerra. Nel 1957 è adottato da Giuseppe Tomasi
di Lampedusa, suo lontano cugino, al quale era stato specialmente vicino
negli ultimi tre anni della sua vita (1954-57).
Di Tomasi di Lampedusa ha curato la pubblicazione dell'opera letteraria,
conclusa con il "Meridiano" Mondadori 19951, 19994. Ha pubblicato
Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Una biografia per immagini, Palermo 1998,
e I luoghi del Gattopardo, Palermo 2001. Nel 1965 pubblica una ricerca sulla
sua città, Le Ville di Palermo a cui seguono varie altre pubblicazioni
di storia dell'arte: Ritratto del condottiero, Torino 1967, Musica e scenografia
in Corrado Cagli, Roma 1975.
Nel frattempo si dedica alla critica musicale e fra il 1958 e il 1982 è
titolare della rubrica musicale su vari quotidiani, fra i quali «L'Ora»
di Palermo, «Il Gazzettino» di Venezia e «Il Giorno»
di Milano, ed è corrispondente musicale di varie riviste musicali
tedesche e inglesi.
Nel 1965 inizia la sua attività di organizzatore musicale e sarà
via via direttore artistico di varie istituzioni musicali: l'Accademia Filarmonica
Romana (1973-75 e 1988-92), il Teatro Massimo di Palermo (1971-75), il Teatro
dell'Opera di Roma (1976-84), l'Orchestra Sinfonica e Coro di Roma della
RAI (1984-92); dal 1992 al 1995 è direttore artistico del Teatro
Comunale di Bologna.
È stato direttore generale della Fondazione Roma Europa Arte e Cultura
e consulente per la ricostruzione del Teatro Vittorio Emanuele di Messina.
Dal 1996 al 2000 ha diretto l'Istituto Italiano di Cultura di New York.
Nel febbraio 2001 è stato nominato Sovrintendente della Fondazione
Teatro di San Carlo di Napoli, incarico riconfermatogli fino al 2006.
Dal 1968 pubblica vari saggi di argomento musicale, fra cui Gusto del
silenzio Rossiniano (1971), Erik Satie e la Musica del Surrealismo
(1977); cura una fortunata Guida all'Opera per la Mondadori (1981, e 1983,
2a). Pubblica saggi su Musorgskij, in «Musik-Konzepte», München
1981, su Stravinskij, Milano 1982, e su autori contemporanei: Bussotti,
Pousseur, Sciarrino, Stockhausen, Kagel, Berio (Laudatio auf Luciano Berio,
München 1989).
La sua ricerca è indirizzata in particolare alla fenomenologia dell'elaborazione
stilistica e della sua ricezione. In occasione del bicentenario belliniano
pubblica Vincenzo Bellini, Palermo 2001.
Ha realizzato la traduzione ritmica delle seguenti opere: Mozart e Salieri
di Rimskij-Korsakov, Das Nusch-Nuschi di Hindemith, La Périchole
e Barbe-bleue di Offenbach.
Dal 1983 è professore ordinario di Storia della Musica presso l'Università
di Palermo. Dal 1989 al 1995 è stato presidente del Corso di Laurea
in Scienze dell'Educazione. È stato vicepresidente dell'ADUIM (l'Associazione
italiana fra i docenti universitari di discipline musicali).
Quale direttore di teatro Lanza Tomasi ha promosso la ripresa di opere uscite
dal repertorio, la conoscenza di nuove tendenze del teatro musicale contemporaneo
e l'affidamento degli allestimenti a pittori e scultori piuttosto che a
scenografi. Si ricordano le riprese della Armida di Gluck, direttore
Gabriele Ferro, regia e allestimento di Filippo Sanjust (Palermo 1974) e
di Cecchina la Buona Figliola di Piccinni, regia di Sylvano Bussotti,
scene e costumi di Zancanaro (Palermo 1975); la prima ripresa moderna del
Bravo di Mercadante, regia di Roberto Guicciardini, scene di Edo
Janich, direttore Gabriele Ferro (1976); la prima ripresa moderna del Tancredi
di Rossini nella versione integrale con il finale di Ferrara, allestimento
e regia di Filippo Sanjust, direttore Gabriele Ferro, con Marilyn Horne
e Margherita Rinaldi (Roma 1977); le riprese di Parisina di Mascagni,
direttore Gavazzeni, regia e allestimento di Pizzi (Roma 1978) e de La
favola del figlio cambiato di Malipiero, direttore Gavazzeni, regia
Puecher (Roma 1982); la prima esecuzione pubblica di Feu d'artifice
di Stravinskij-Balla (Roma 1977); la rielaborazione filologica di Marco
Spada, un balletto sui banditi della campagna romana, musica di Auber,
ricostruito sulla documentazione storica da Pierre Lacotte, e di Le Papillon,
il solo balletto di Offenbach, ricostruito da Pierre Lacotte sui documenti
francesi; le prime apparizioni sulle scene italiane della scuola americana
con le commissioni a Morton Feldman di Neither, su testo Beckett, direttore
Panni, allestimento di Pistoletto (Roma 1976), e a Philip Glass e Bob Wilson
di The Civil Wars (Roma 1983); gli allestimenti affidati a Ceroli:
Sancta Susanna di Hindemith, per la regia di Pressburger (Roma
1977) e La fanciulla del West di Puccini (Roma 1979), e ad Arnaldo
Pomodoro: Semiramide di Rossini (Roma 1982); e ancora Lohengrin
di Richard Wagner, regia di Wolfgang Wagner, direttore Sinopoli (Taormina
1991), Elektra di Richard Strauss (Taormina 1992) regia di Pressburger,
scene di Aldo Rossi, direttore Sinopoli; L'Incoronazione di
Poppea al Comunale di Bologna per le celebrazioni monteverdiane (1993),
regia di Graham Vick, scene e costumi di Paul Brown, direttore Ivor Bolton;
La Cenerentola di Rossini, regia di Roberto De Simone, direttore
Riccardo Chailly (Bologna 1993); Il Barbiere di Siviglia di Rossini
al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, regia di Federico Tiezzi, scene
di Pier Paolo Bisleri, direttore Evelino Pidò (1994); Il Turco
in Italia di Rossini, regia di Antonio Calenda, scene di Nicola Rubertelli
(Bologna 1994); Carmen, regia di Federico Tiezzi, scene di Maurizio
Balò e Faust, novità di Fabio Vacchi, regia di Lorenzo Salveti
(Bologna 1995).
All'Orchestra Sinfonica di Roma della RAI ha promosso varie prime esecuzioni
di compositori contemporanei, da Petrassi a Turchi, a Clementi, a Ivan Vandor,
e ha dato spazio ai talenti italiani emergenti: Claudio Ambrosini, Giorgio
Battistelli, Paolo Arcà, Alessandro Sbordoni, Ivan Fedele, Alessandro
Solbiati, Flavio Scogna. Nella serie "Eventi musicali del Novecento"
sono state presentate prime italiane di Berio, Henze, Adams, Druckman.
Al Teatro San Carlo ha esordito nel 2002 presentando due scenografie d'artista:
Tancredi di Rossini, scene di Mimmo Paladino, regia di Roberto
Andò, direttore Marco Zambelli, e Capriccio di Richard Strauss, scene
di Arnaldo Pomodoro, regia Ivo Guerra, direttore Gustav Kuhn.
PREMIO
MAESTRO 2004
Bruno Canino
Nato a Napoli, ha studiato pianoforte e composizione al Conservatorio
di Milano, dove poi ha insegnato per 24 anni pianoforte principale. Come
solista e pianista da camera ha suonato nelle principali sale da concerto
e festival europei, in America, Australia, Giappone, Cina. Da 40 anni
suona in duo pianistico con Antonio Ballista e da quasi 30 anni fa parte
del Trio di Milano. Collabora con illustri strumentisti come Accardo,
Harrell, Ughi, Victoria Mullova, Itzhak Perlman. È stato per alcuni
anni direttore artistico della società di concerti Giovine Orchestra
Genovese a Genova, e in seguito per la stagione autunnale del Campus Internazionale
di musica di Latina. Attualmente è direttore della Sezione Musica
della Biennale di Venezia. Si è molto dedicato alla musica contemporanea,
lavorando fra gli altri con Pierre Boulez, Luciano Berio, Karl-Heinz Stockhausen,
Georg Ligeti, Bruno Maderna, Luigi Nono, Sylvano Bussotti e altri di cui
spesso ha eseguito opere in prima esecuzione. Numerose le sue registrazioni
discografiche: fra le più recenti di J.S. Bach le Variazioni Goldberg,
l’integrale pianistica di Casella, e quella di Debussy per la Stradivarius
di cui è uscito il primo volume. Tiene un corso di perfezionamento
per pianoforte e musica da camera del Novecento al Conservatorio di Berna.
È di recente pubblicazione il suo libro, intitolato Vademecum
del pianista da camera, edito da Passigli Editore.
PREMIO
MAESTRO 2003
ELIODORO SOLLIMA
Eliodoro Sollima (Marsala 1926, Palermo 2000) compositore e pianista,
docente di composizione al conservatorio di Palermo, di cui è stato
per nove anni direttore, è autore di musica sinfonica, da camera,
di scena. Sue composizioni sono edite da Shott, Heinrschoven, Curci, Berben,
Sonzogno e Mnemes. Ha composto musiche su commissione di RAI (per l’Orchestra
Scarlatti di Napoli), ARC (pe il Teatro Nuovo di Milano), INDA (per il
teatro Greco di Siracusa), Teatro Massimo di Palermo (Pimpinella), EAOSS
(Trenodia per Violoncello e Orchestra) e altri enti o associazioni. Tra
i direttori di orchestra che hanno interpretato sue opere vanno ricordati:
E. Gracis, Z. Pesko, M. Inoue, G. Aimone Marsan, G. Ferro, A. Ceccato,
F. Scaglia, O. Ziino, K. Martin, D. Machado, P. Bellugi, N. Wiss. Ha svolto
un’intensa attività come pianista, suonando in numerose città
d’Europa e d’America, nonché per la Deutsche Rundfunk,
la Radio Scheweis e la RAI. Su proposta di Arturo Benedetti Michelangeli
ha partecipato alla prima esecuzione italiana del Kommerkonzert di A.
Berg al Teatro Nuovo di Milano. Per vent’anni ha fatto parte, con
il violinista S. Cicero e il violoncellista G. Perriera, del Trio di Palermo,
cui nel 1978 è stato assegnato il Diapason d’oro. Nel 1983
ha costituito il Sollima Ensemble con i figli, Giovanni al violoncello,
Donatella al pianoforte, Luigi al flauto; è stato inoltre critico
musicale del quotidiano “L’Ora” di Palermo e presidente
del “Gruppo Universitario Nuova Musica".
Eliodoro
Sollima: “Autoritratto”
Se
in una sola parola dovessi trovare una formula che, seppur riduttivamente,
dovesse definirmi come compositore, molto lapidariamente scriverei: non
allineato. Consapevole anche di quanto questo non allineamento abbia comportato
in termini di ostracismo. Ho pagato, ribaltandola in un appartato isolamento
creativo, la mia non accettazione dell’impatto che le neoavanguardie
ebbero, in special modo nella mia città, con le Settimane di
Nuova Musica intorno agli anni Sessanta. Tutto il contrario, invece:
quest’ondata di provocazione e di svecchiamento fu per me benvenuta,
perché l’impatto non potè che essere positivo. Ma
non fu certo la rivoluzione – ed il tempo ne ha dato conferma -,
bensì un episodio che doveva servire ad una evoluzione. Non è
certo un caso se molte delle mie composizioni, seguite a quegli anni burrascosi,
sono titolate “Evoluzioni”, numerate in ordine progressivo.
Non la violenza e la rottura, non il gesto gratuito – come molte
performances di allora – ma una presa di coscienza che consentisse
uno sviluppo. Sono degli anni Sessanta le mie “Variazioni concertanti”
dove esprimo una mia visione molto aperta del Novecento; non abbandono
la serialità, che è presente, seppure filtrata dal mio approccio
compositivo, c’è piuttosto – ed è qualcosa a
cui non ho mai rinunciato, neppure negli anni successivi – un impegno
strumentale. Scrisse allora su un quotidiano palermitano Roberto Pagano:
“Solo un attento esame della partitura può consentire
l’individuazione dell’arsenale degli artifizi che fa da sostegno
all’architettura dell’opera: merito eccezionale del musicista
è l’aver saputo evitare ogni arido accademismo, subordinando
sempre alle più giustificate necessità espressive l’impiego
di un così ricco formulario”.
Ho cercato, a partire dalla mia “Sonata per violoncello e pianoforte”
del 1948, di disegnare una poetica capace di non escludere alcuna eredità
linguistica, tradizionale o innovativa che fosse, soprattutto al servizio
di una prioritaria e raffinatissima ricerca timbrica. La volontà
di indagare gli orizzonti schiusi dalla Nuova Musica si è ampliata
nella tecnica compositiva delle “Evoluzioni” già citate
prima che, come ho scritto nel mio “Come nasce la musica”
riflette esperienza di acquisizioni più recenti con un inevitabile
svolgimento semiografico. Nelle “Evoluzioni n.6”, ad esempio,
del 1972, che per certi versi considero fra le mie composizioni tecnicamente
e linguisticamente più avanzate, l’impiego della tecnica
dodecafonica si estrinseca in una struttura a incastro, sostenuta da un
crescendo ritmico e timbrico. E’ un intento estetico evolutivo che
si era già evidenziato nei miei “Tre movimenti” (per
pianoforte, violino e violoncello) del 1968, in cui, come ha scritto Pina
Sciacca su “Cronache musicali”, “immette fortemente
nella complessa linearità contemporanea, incorniciata tuttavia
dai soliti tratti di un’ineludibile classicità”.
Mi piace qui ricordare che, per questa composizione, Isaac Stern ebbe
a scrivermi: “opera magnificamente fatta”. Bontà sua.
La mia poetica compositiva ha trovato un ottimo esegeta, a proposito del
mio “Concerto per archi” (1968) in Gioacchino Lanza Tomasi
che così ebbe a scrivere: “Sollima è un musicista
siciliano più mitteleuropeo di quanto ricordassi. Con questo Concerto
ci dà un’opera vicina alla serietà contrappuntistica
di figure solenni come Franck Martin o come il giovanile Bartok dei “Ritratti”.
Naturalment riferirsi a questi o ad altri precedenti significa poco rispetto
al prodotto che sulla suggestione di un dato stile del novecento musicale
Sollima ne sa tirar fuori. Ora la sua qualità precipua è
quella di riproporre questo o altri mondi sonori con un’eleganza
di segno che, soprattutto in Italia, soltanto i massimi possiedono. Mai
incontrerete in questo Concerto un divagare inutile o retorico del sentimento;
(…) questa è un’opera senza una nota di troppo, dove
la polifonia è vera concomitanza di linee intelligenti”.
L’amico Danilo Dolci, con parole di profondo affetto mi definì
“un uomo che ha un intimo che canta, che vuol cantare, in una
terra i cui canti si spengono, un canto che non evade, acutamente consapevole,
cioè col senso del tragico e del comico, coerente ma aperto alla
ricerca di una vita nuova”.
Credo che questa acuta osservazione trovi riscontro anche in mie due facce
creative; quella spiritualmente ed emotivamente sofferta verso la crudeltà
del vivere, a cui potrei collegare “Trenodia” per violoncello
e orchestra (1989) dedicata ai giovani cinesi che protestarono in Piazza
Tien-an-Men contro il regime di Pechino o “Attesa” per piano,
due corni, percussioni ed archi (1998) scaturita dalla notte passata a
sperare che venisse concessa la grazia al condannato a morte Joseph O’Dell;
dall’altra il piacere dell’ammiccamento, della citazione tematica,
dell’ironia. In quest’altro aspetto includerei certamente
il “Divertissement de vieillesse” per flauto, violoncello,
pianoforte e orchestra (1992) che a partire da un pretesto rossiniano
dà lieve sfogo alla tecnica compositiva della variazione e della
sovrapposizione contrappuntistica. Qui trovo davvero il gusto ed il piacere
del divertimento in musica, e non è un caso se il ciclo dei miei
“A la maniere de…” dal 1980 non si è mai interrotto
attraverso un affettuoso omaggio ora a Bach e a Ravel, ora a Sostakovic
e a Gershwin.
Ma tra tanto comporre, quel che forse mi sta più a cuore sono le
pagine che ho dedicato al flauto dolce, uno strumento che il nostro secolo
sembra aver dimenticato, relegandolo solo ad approccio primo (e sovente
unico) dell’educazione musicale nella scuola dell’obbligo;
mi ha affascinato il suo timbro, mi ha conquistato a tal punto che ho
voluto mettere alla prova la sua tradizione antica con una scrittura nuova.
Così nacque la “Sonata” (edita da Schott) ed “Evoluzione
n. 3” (edita da Heinrichshofen’s Verlag) entrambe per flauto
dolce contralto e pianoforte. Come ha scritto a proposito di “Evoluzione
n. 3” (che nel ’74 ho ripreso per flauto dolce e orchestra)
Giancarlo Rostirolla: ”(…) in questa composizione, tra
le poche contemporanee dedicate al flauto dolce, è possibile riscontrare
le peculiarità stilistiche di Sollima: una scrittura solida ed
un linguaggio moderno estremamente personale attraverso il quale aleggia
un’intima poesia. Sollima è assolutamente padrone delle possibilità
foniche e tecniche del flauto diritto, al quale affida “evoluzioni”
esaltanti le sonorità più arcaiche come anche le più
nuove”.
Concluderei qui, con una riflessione: nuovo? Vecchio? Credo che debba
esserci un solo termine per la musica: valido.
Io ci ho provato.
Eliodoro Sollima
Sergio
Albertini:” Eliodoro Sollima. L’autobiografia mai pubblicata”,
Il Mediterraneo , Palermo 17 marzo 2000.
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Danilo Dolci: “Ritratto” di Eliodoro Sollima
Giusto essere ospitali e aperti ai valori altrui: ma è spreco non
valorizzare pienamente i propri.
Può accadere a ciascuno di incontrarlo mentre cammina a brevi passi
rapidi per le strade di Palermo, soprattutto tra la sua casa e il Conservatorio.
Ma non so quanti in Palermo sappiano che tra loro, nella città,
vive uno dei migliori musicisti che oggi si possa incontrare. Non è
facile accorgersene, non corposo e schivo com’è, affatto
smanioso di arrampicarsi sulle cuccagne di moda.
Agli attenti non sfugge che quest’uomo ha un intimo che canta, vuol
cantare, in una terra i cui canti si spengono, anche sopraffatti dallo
sguaio degli altoparlanti commerciali: un canto che non evade, essenziale
ma non secco, acutamente consapevole – cioè col senso del
tragico e del comico -, coerente ma aperto.
Mentre altri intorno maturano i favori dei potenti di turno ossequiandoli
e adulandoli vistosamente, - se ne vendicheranno poi stracciandoseli nei
colloqui coi compari -, Elio Sollima sa ancora lavorare in silenzio.
Aveva iniziato da piccolo a comporre sul pianoforte, quando non vi suonavano
la mamma e lo zio. A dodici anni i genitori hanno cercato di collocarlo
per studiare (era tempo di guerra, per andare dalla sua Marsala a Palermo,
città del Conservatorio, occorreva passare per Trapani, e da lì,
rimanere sette ore in piedi per arrivare), ma non hanno trovato un collegio,
non avevano parenti, non sapevano a chi lasciarlo, l’hanno riportato.
Nessuna occasione di incontrare un pianista, non un concertista ma almeno
un diplomato. La radio gli era occasione straordinaria di conoscenza,
musiche mai sentite, un godimento da rasentare la sofferenza. A quattordici
anni può iniziare a scrivere la musica che ha in sé. A diciassette,
passata la guerra, frequenta il Conservatorio a Palermo, ma è scarso
il tempo per studiare perché deve guadagnare. Il resto è
più noto: compie in soli cinque anni i corsi di pianoforte e composizione,
si perfeziona in pianoforte con Guido Agosti e Benedetti Michelangeli,
svolge attività concertistica, vince premi di composizione. Ma
insiste a vivere fuori dal rumore, vuole rimanere fedele alla musica,
alla sua musica.
Quando improvvisa al pianoforte o all’organo, è come un corso
d’acqua in montagna – se qualcuno pensa che rischio la retorica,
procuri di ascoltarlo -: è antico e sempre nuovo.
Nei giovani che vengono a lui, bada che il bisogno di comporre non venga
fossilizzato dai cumuli delle regole tradizionali. Li incoraggia ad esprimersi,
a far crescere la propria personalità, mentre divengono esperti
delle regole antiche per potere comunicare più compiutamente, nel
modo più sottile: ogni effetto, ogni nota, ogni movimento, ogni
pausa devono essere esattamente quelli voluti. Anche il mondo dell’espressione
musicale non è una strada obbligata dove ciascuno deve passare
sulle orme di chi prima di lui ha più impressionato riuscendo a
formare nuovi modelli ideali che gli uomini hanno – presto o tardi
– riconosciuti necessari, o chiassando tanto da accentrare l’attenzione
su di sé. Non si possono ignorare le ricerche e le invenzioni degli
altri, occorre conoscerle per verificarle e valorizzarle ma ciascuno deve
vivere – e il musicista, musicare – le proprie intuizioni,
deve avere il coraggio di individuare, approfondire, allargare, e non
solo per sé, il proprio nuovo mondo.
Chi d’altronde ha pensato di porre tra le opere d’arte di
un museo il proprio sterco in un barattolo di vetro può essere
abbia ideato qualcosa non di seconda mano ma arte è altro, non
certo processo fisiologico né tentativo di elucubrazione per far
colpo.
Analizzando il suo impegno educativo, queste risultano le componenti essenziali:
- profonda esperienza-conoscenza dell’espressione musicale;
- formazione di una tavolozza musicale ampia e diversificata in modo da
arricchire in ciascuno le possibilità di scelta; non cerca di imporsi
alla tendenza, alla convinzione altrui: “l’educatore è
un allievo che ha cominciato a cercare prima del più giovane allievo”;
- l’evitare il sussiego del Maestro – sa anche imprestarsi
scherzoso -: non toglie serietà all’impegno ma mette ciascuno
a proprio agio;
- esemplificazione musicale che si riferisce continuamente alla vita,
all’esperienza pratica quotidiana, esplorando il nesso tra fatti
ed espressione: la casa, la cucina, la strada; ad esempio “il sarto
non è bravo quando cuce un vestito geometricamente perfetto ma
se riesce a creare un vestito che adeguandosi ad un corpo lo esprime armonizzandolo
– anche se il vestito, a sé, pare difettoso –“;
- rapporto individualizzato, non partendo da un testo o da un metodo prefabbricato
altrove; ogni persona ha un suo nucleo di esperienze, anche diverse dalle
altrui, per cui occorre parlare a ciascuno un diverso linguaggio: se il
giovane ha difficoltà in un punto, insistendo sulla necessità
di cogliere uno stesso fatto dalle più diverse prospettive, gli
improvvisa ad esempio un basso da armonizzare per aiutarlo a superare
quella difficoltà: “ anche se avessi fatto io il libro, un
bellissimo libro, non te lo consiglierei, se non come supplemento”;
- invito e guida all’analisi: “per costruire bene occorre
conoscere il materiale da costruire; per comporre bene occorre saper scomporre,
ridurre una musica alla sua struttura essenziale, anatomizzarla osservandola
come in una lastra radiografica: questa capacità di smontaggio
– necessaria all’interprete se vuole capire il peso di ogni
suono – è essenziale al compositore”.
Danilo Dolci:
“Chissà se i pesci piangono” - 1973 - Giulio Einaudi
editore, seconda edizione.
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Le
composizioni di Eliodoro Sollima che condannano la violenza
Nel ricordare
mio padre desidero focalizzare l’attenzione su un particolare aspetto
della sua produzione, ossia quello legato alla composizione di alcuni
pezzi il cui comune denominatore è la condanna nei confronti della
violenza, aspetto a cui nel programma di stasera fa esplicito riferimento
il brano per orchestra intitolato Attesa, ma al quale, sia pure
in modo indiretto (lo spiegherò più avanti), possiamo anche
riferire l’Ode a Santa Cecilia per coro di voci bianche e
pianoforte a quattro mani che è stata eseguita in apertura di serata
dal Coro di voci bianche del Conservatorio V. Bellini sotto la direzione
del M° Antonio Sottile.
Da cristiano autentico quale era, animato da una fede veramente sincera
e profonda (come ben ricorderà chi lo ha conosciuto a fondo) mio
padre ha sempre creduto in un ideale di vita non violento e, come compositore,
ha voluto manifestare in alcune occasioni la sua condanna rispetto ad
eventi che erano testimonianza di una cultura di violenza e di morte.
Nel catalogo delle composizioni di papà – un catalogo piuttosto
corposo, nel quale si contano circa 200 lavori che abbracciano un arco
di tempo di oltre un cinquantennio - fìgurano infatti alcuni brani
che, sia pure in numero esiguo rispetto alla mole dell’intera produzione
e notevolmente distanziati fra loro, rappresentano dei momenti particolarmente
significativi del suo percorso compositivo, in quanto espressione dello
stesso senso di angoscia e di sofferenza che, in primo luogo come uomo,
egli ha provato dentro di sé di fronte ad un evento così
tragico quale è la morte di un essere umano provocata per mano
di un suo simile. Questa angoscia, di volta in volta, mio padre l’ha
fissata sul pentagramma con un codice stilistico diverso, corrispondente
al particolare momento dell’evoluzione del suo linguaggio, ma ogni
volta con la stessa intensità e, soprattutto, senza inutile retorica,
con quella sobrietà d’espressione che è sempre stata
un tratto distintivo del suo linguaggio, e che nello specifico dei pezzi
a cui voglio fare riferimento deriva proprio dal fatto che i sentimenti
che egli voleva esprimere non erano mera manifestazione esteriore, strumentalizzazione
di un evento tragico, ma venivano veramente dal profondo del suo animo.
Bisogna oltretutto considerare che mio padre viveva in un mondo tutto
suo, quello della musica, un mondo nel quale, devo dire, piuttosto sporadicamente
riuscivano ad aprirsi un varco le voci dei mass-media. Quando però
ciò accadeva e uno stimolo forte penetrava in questo suo mondo,
allora la sua sensibilità rimaneva profondamente scossa e lui sentiva
con prepotente urgenza la necessità di tradurre in musica ciò
che provava.
Come ha acutamente osservato Roberto Pagano, i Tre momenti della passione
sul Golgotha per baritono e orchestra, composti nel 1965 ma eseguiti
per la prima volta a Monreale in occasione di una delle edizioni della
Settimana di musica sacra, possono essere considerati, in uno sguardo
retrospettivo, come il primo dei lavori in cui mio padre ha espresso la
sua condanna nei confronti della violenza nel mondo; con questo pezzo,
dice infatti R. Pagano: “Eliodoro Sollima ha inteso condannare il
crimine più sconvolgente che la storia ricordi”.
Al 1968 risale invece la composizione del Concerto per archi che
mio padre scrisse colpito dalla notizia dell’uccisione di Bob Kennedy,
alla cui memoria infatti il pezzo è dedicato. A proposito di questo
concerto Gioacchino Lanza Tomasi ebbe a scrivere: “Sollima commemora
Kennedy con pacato lirismo, con una sobrietà ed eleganza di segno
che, in Italia, soltanto i massimi possiedono. Mai incontrerete in questo
Concerto un divagare inutile e retorico del sentimento. Questa è
un’opera senza una nota di troppo, dove la polifonia è vera
concomitanza di linee intelligenti”.
Nel linguaggio il Concerto per archi risente delle ricerche sonore che
in quegli stessi anni papà stava conducendo col ciclo delle Evoluzioni,
ma questa esigenza di “nuovo” non si traduce mai in una posizione
di aprioristico rifiuto nei confronti della tradizione in quanto tale.
Lanza Tomasi, sempre nella recensione relativa all’esecuzione di
questo Concerto, osservava infatti: “Oggi basta manifestare la volontà
di essere artisti per potere campicchiare con la sola novità delle
proprie idee. Sollima ha preferito un’altra strada, quella di cercare
soluzioni esatte e nobili a problemi vecchi e ha il raro merito di sapere
trovare nella babele delle lingue il filo di Arianna”.
Circa vent’anni dopo, nel 1989, un altro sanguinoso evento, la strage
di Piazza Tien an Men, impressiona profondamente mio padre e questa volta
nasce Trenodia per violoncello e orchestra, un brano che come egli
stesso dichiara: “è ricco di contrasti perché esprime
nel contempo sensazioni di orrore, di esecrazione, di pietà e di
tenerezza”.
Stilisticamente anche Trenodia, come il Concerto in memoria
di Kennedy, può collocarsi in quel versante della produzione compositiva
di mio padre in cui egli ha voluto adottare procedimenti di tipo sperimentale
riconducibili alla serie delle Evoluzioni, ma in questo caso ulteriormente
filtrati.
Nel 1996 nasce il dittico di Cantate, una profana e l’altra
sacra; in questo caso non vi è un evento specifico che si possa
individuare come matrice diretta ed immediata di questa composizione,
ma sono simbolicamente tutti i delitti commessi dalla mafia ad essere
duramente condannati. Nel dittico vengono messe a confronto due logiche
opposte: la logica della violenza e della vendetta nella cantata profana,
quella dell’amore e del perdono nella cantata sacra.
Desidero riportare a questo proposito le riflessioni da cui era scaturito
questo dittico, riflessioni che papà aveva annotato in una vecchia
agenda e che per questo sono in grado di riferire: “Dopo 2000 anni
di storia l’umanità, pur vivendo fra le più sconvolgenti
conquiste tecnologiche, pur coltivando le più ambiziose aspirazioni
per un’esistenza progredita e civile, scopre un quadro squallido
e desolante. Al progresso della macchina fa riscontro il regresso dell’uomo.
C’è abbastanza per una profonda e responsabile riflessione
sulla necessità di affidare al pensiero sano e giusto, e non alla
forza dell’istinto, l’origine di ogni nostra azione, nel civile
rispetto delle leggi che regolano la vita dell’uomo e della natura.
Protagonisti del dittico Anno 2000 – Anno 0: l’uomo, re dell’odio
e della violenza; Gesù, re dell’amore e del perdono”.
La cantata profana, su testo dialettale, ha un sottotitolo che recita
così: “Ccu ‘ntra di vui ha fattu cchiu delitti”.
Chi giudica, indica infatti nel primato della criminalità il diritto
alla priorità di uccidere, una priorità che si determina
in virtù di un delittuoso curriculum giudicato ineguagliabile.
Perciò nel momento in cui il boss mafioso rivolge l’invito
a sparare a colui che, tra i suoi uomini, può vantare questo tremendo
primato, tutti entrano in azione contemporaneamente.
Nella cantata sacra, su testo latino estrapolato dal Vangelo secondo Giovanni,
la frase che funge da sottotitolo è invece: “Qui sine peccato
est vestrum”. Gli accusatori in questo caso sono subito pronti a
fare un esame di coscienza e, nella consapevolezza della propria colpa,
nessuno di essi si sente in diritto di lapidare l’adultera.
Le due Cantate ebbero la loro prima esecuzione nel luglio del 1996,
dirette personalmente da papà, nel Duomo di Marsala in occasione
del IV anniversario dell’uccisione del giudice Paolo Borsellino,
mentre la prima esecuzione palermitana è avvenuta nel 1997 nella
chiesa di San Saverio sotto la direzione del M° Carmelo Caruso; ed
è ancora il M° Caruso che nel ’98, alla guida dell’Orchestra
F. Ferrara, dirige in prima esecuzione assoluta Attesa nella chiesa di
S. Francesco d’Assisi. Questo lavoro è stato composto da
mio padre nel 1997, nei lunghi giorni che precedettero la condanna a morte
di Joseph O’ Dell che oggi, per uno strano disegno del destino,
è seppellito a pochi passi da mio padre, nello stesso cimitero
di Santa Maria di Gesù.
C’è una significativa coincidenza che lega stasera l’esecuzione
di Attesa e quella dell’Ode a S. Cecilia eseguita
in apertura di questa manifestazione. Infatti la composizione di questi
due lavori, pur così diversi fra loro e apparentemente privi di
qualunque legame, è avvenuta contemporaneamente, come mio padre
stesso spiega in un’intervista, dalla quale riporto ciò che
egli stesso dice a questo proposito: “Attesa nacque mentre
scrivevo un brano per la messa a S. Cecilia che doveva essere cantato
da un coro di bambini; un pezzo aurorale, angelico, di grande freschezza.
E assistendo allo stillicidio dei continui rimandi dell’esecuzione
di O’ Dell, mentre tentavo di comporre, mi uscivano delle frasi,
degli incisi di grande tristezza, di angoscia. Li annotavo sul quaderno
e continuamente li cassavo, insoddisfatto. Poi mi resi conto del perché
mi uscisse musica così angosciante: stavo realmente scrivendo un
pezzo per O’Dell. Misi insieme tutto questo materiale e nacque un
brano che simbolicamente ho intitolato Attesa, in memoria di quei
giorni in cui neanche il Papa era riuscito a bloccare la sentenza. Ho
annotato sulla partitura: Conoscere il giorno e l’ora della propria
morte è un crudele privilegio riservato a chi è condannato
alla pena di morte. Attesa, oltre a volere esprimere dura condanna
per una legge che disonora la società civile che l’accetta,
vuole coinvolgere l’ascoltatore nell’immedesimazione di un
tremendo stato d’animo in cui disperazione, angoscia e forse anche
accettazione, si confondono in un tumultuoso incalzare di pensieri, di
sentimenti, di ricordi in lotta con la inesorabile scadenza del tempo.
Nel contrasto dinamico, ritmico, armonico e timbrico la musica vuole evocare
la convulsa sequenza di immagini, di ricordi, di emozioni che tormentano
le ultime ore di vita del condannato, per fermarsi improvvisamente su
una misura incompleta, in sintonia con un cuore che cessa di battere…
In memoria di Joseph O’Dell e di quanti altri?”
Anna
Maria Sollima
Contributo
di Anna Maria Sollima in occasione del conferimento del Premio Maestro
alla memoria del padre, avvenuto il 10 maggio 2003.
PREMIO
MAESTRO 2002
SALVATORE CICERO
Salvatore
Cicero nasce a Cefalù l’11 agosto del 1940. A cinque anni
inizia lo studio del violino, si diploma al Conservatorio “Vincenzo
Bellini” di Palermo con Guido Ferrari, perfezionandosi successivamente
con Remy Principe.
Nel 1959 partecipa con il “Collegium Musicum Helveticum”,
a due prestigione tournée in America del Sud, negli Stati Uniti,
in Canada, a Cuba e in alcune delle maggiori città europee.
Nel 1960 vince il concorso come violinista di fila del Teatro alla Scala.
Rimane un anno a Milano, poi a Venezia vince il concorso come altro primo
al Teatro La Fenice.
Nel 1963 decide di tornare in Sicilia e da quell’anno sino alla
sua scomparsa, con una breve parentesi al Teatro Massimo, è primo
violino dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, vincendo il concorso
indetto nel 1964.
Nel maggio del 1963, in occasione di una suggestiva esecuzione nel Duomo
di Monreale della beethoveniana Missa Solemnis con l’Orchestra
Sinfonica Siciliana e il coro della Cattedrale Sainte Edwige di Berlino
diretti da Hermann Scherchen, scriveva Roberto Pagano sul Giornale di
Sicilia : “salutiamo con affettuosa letizia l’avvento di
un giovane il cui talento non ha segreti
per noi al pesantissimo ruolo di primo violino del grande complesso siciliano.
Salvatore Cicero…ha girato il mondo in irrequieta ricerca
di quei successi e di quegli incontestabili titoli che gli permettono
oggi di rientrare in patria con una autorità che i suoi giovani
anni vorrebbero togliergli. La sua prova solistica, la più importante
che possa insidiosamente presentarsi alla
“spalla” di un’orchestra, ha suscitato l’entusiasmo
di Scherchen”.
Con l’Orchestra Sinfonica Siciliana partecipa come solista a numerosi
concerti in Italia e all’estero sotto la guida dei più importanti
direttori d’orchestra – tra cui Strass, Albert, Sebastian,
Chelibidache, Zecchi, Ziino, Ceccato, Ferro, prendendo anche parte a importanti
manifestazioni quali la Settimana Internazionali di Nuova Musica e le
Giornate di Musica Barocca a Palermo, al Festival dei Due Mondi di Spoleto,
alla Biennale di Venezia, al Bach Festival di Oxford.
Nel 1972 suona con il violinista Henrik Szering il Concerto op.3 n.8 di
Vivaldi, per due violini e orchestra. E’ del maggio del 1982, infine,
la prima esecuzione assoluta del Concerto per violino e orchestra che
Ottavio Ziino aveva a lui dedicato “e pensato in funzione delle
sue qualità di interprete”.
Dal 1964 è docente di violino al Conservatorio “Vincenzo
Bellini” di Palermo.
Nello stesso anno costituisce con il pianista (e compositore) Eliodoro
Sollima e il violoncellista Giovanni Perriera il Trio di Palermo che suona
per le più importanti società concertistiche italiane e
che nel 1969, insieme a Michele Campanella e a Riccardo Muti, vince il
“Diapason D’Oro” premio nazionale per la musica. Nel
febbraio del 1966 dalle pagine del giornale L’Ora, in seguito all’esecuzione
del Triplo Concerto di Beethoven, con l’O.S.S. diretta da Ottavio
Ziino per gli Amici della Musica, Gioacchino Lanza Tomasi “…da
sottolineare l’interpretazione di Salvatore Cicero, personalizzata
da un suono violinistico di qualità eccezionale per dolcezza e
lirismo e così pure per la disinvoltura d’arco che rendeva
l’impressione del solista maturo capace di giocare con il suo strumento”.
Nel 1972 fonda con il pianista senese Pier Narciso Masi il duo Cicero
Masi che nel 1974 prenderà parte a Roma a una importante rassegna
di concerti sulla Musica da Camera di Mozart. Dall’Unità
del 15 febbraio del 1974 “….addirittura quale maestro di
stile e di compostezza è apparso il giovane violinista di Cefalù
Salvatore Cicero, dal suono terso, intenso, perfettamente soppesato…”.
Sempre nel ’72 dà vita ai “Giovani Cameristi Siciliani”,
orchestra d’archi di giovanissimi studenti del Conservatorio di
Palermo. I violinisti sono tutti suoi allievi, che dirige e guida in un’intensa
attività concertistica svolta soprattutto nelle scuole. L’iniziativa,
tra le prime in tutta Italia, riscuote un enorme successo e raccoglie
significativi consensi di pubblico e di critica. “Portare ai ragazzi
la musica eseguita dai ragazzi” è lo scopo principale di
questo gruppo. “Tale incontro dovrebbe essere determinante per chi
ascolta, essendo la scuola vivaio per formare il pubblico di domani, e
per i ragazzi che fanno musica, i quali da questa esperienza riceveranno
un completamento alla loro formazione artistica e un impulso a compiere
sempre qualcosa di nuovo e di importante” (da un programma di sala
del gennaio del 1973).
Con i Giovani Cameristi partecipa nel 1976 al Festival Europeo di Passau,
nella ex Germania federale; nel luglio dell’anno successivo in Austria
al Festival Internazionale “Jugend und Musik in Wien” e nel
1980 effettua una tournée nella Germania del Nord (con concerti
a Brema e ad Amburgo).
Il Teatro Lirico di Milano, che nell’estate del 1982 ospitava la
Rassegna Internazionale di Orchestre Giovanili, sarà la prestigiosa
sede dell’ultima esibizione dei Giovani Cameristi diretti dal loro
fondatore. Così Feral Schroeder (pseudonimo di Alessandro Ferrero),
critico musicale milanese, scriveva dopo aver assistito alla prova prima
del concerto serale: “Ho visto Salvatore
Cicero coordinare le giovani leve della sua terra, stimolarle, spingerle
verso una coerente interpretazione, dominarle dall’alto delle sue
conoscenze e pungolarle verso una serietà professionale degna del
più vero dei musicisti. L’ho visto gioire orgoglioso nella
fierezza siciliana per la consapevolezza dei valori che rappresentavano
tutto il suo lavoro. In un programma irto di insidie lo vedevo sicuro
controllare la qualità dei suoni…”.
Muore improvvisamente il 3 Agosto dello stesso anno.
Dalla sua scomparsa numerose sono state le iniziative volte a ricordarne
la figura di musicista e di educatore: nel 1982, anche a seguito di una
raccolta di firme sottoscritte da comuni cittadini ed esponenti del mondo
culturale ed artistico, il Consiglio Comunale di Cefalù deliberava
di intestare l’ottocentesco Teatro della città a Salvatore
Cicero; nel 1985 l’Associazione Amici della Musica di Cefalù,
fondata nel lontano 1964 dalla Signora Pepita Misuraca, veniva anch’essa
dedicata alla memoria di Salvatore Cicero; nel 1988 è sorta su
iniziativa di Luigi Rocca, allievo del maestro, “l’Orchestra
d’archi Salvatore Cicero”, composta da giovanissimi musicisti
del Conservatorio; e ancora nel 2000 il Conservatorio “Vincenzo
Bellini” dedicava a Salvatore Cicero una delle sue aule più
prestigiose.
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Sobrio
ma appassionato, teso ad esprimere la diversa ispirazione di ogni autore
e di ogni pezzo con capacità tecniche sempre implicite, Salvatore
Cicero suona talvolta come nessun violinista, anche tra i più famosi,
sa suonare. Eppure – anzi, proprio per questo – è umile.
Non gli basta coltivare ogni gorno l’intuizione che illumina a lampi,
gli spiace non sapere tutto.
A quattro anni già studiava violino, tra trucioli volanti e colpi
di martello vicino al banco da falegname del padre, con un violinista
che la sera, nel magazzino stesso, insegnava anche chitarra e mandolino.
Il padre – era rimasto orfano a tre anni, aveva dovuto lavorare
presto -, appassionato ad ascoltare opere alla radio parrocchiale, cercava
di imparare le note per aiutarlo come poteva.
A nove anni, iscrittosi al Conservatorio di Palermo, partiva col treno
a vapore delle cinque e mezza, due volte la settimana – si fermava
ogni stazione, a Fiumefreddo scendevano a giocare alla palla per mezz’ora
aspettando la coincidenza – e ritornava verso sera: sul treno i
compagni di viaggio volevano sentirlo, si portava qualche panino da casa
e i pochi soldi aggiunti li risparmiava per comprarsi libri.
Dopo due anni gli offrono una borsa di studio a Roma ma la mamma non vuole
staccarsi da lui. Studia come sa e può fino all’ottavo anno,
non ha dischi, la povertà dell’ambiente gli dà il
riuscire ad ogni costo – anche se allora la considerazione della
gente era perlopiù “maestro di volino, povero e meschino…”
– quando un direttore svizzero di passaggio lo nota e gli offre
di partecipare con un’orchestra da camera ad un giro di concerti.
Rapporto con strumentisti di diverse scuole, prove fatte in raccoglimento,
ciascuno studia la sua parte nella sua stanza, serietà e puntualità
che ancora non aveva incontrato, attento perfino che non scricchiolasse
una sedia, una più ampia visione del mondo: Svizzera, Argentina,
Uruguay, Brasile, Colombia, Perù, Venezuela, Cuba, Messico, Stati
Uniti e, in un secondo tempo, Spagna, Portogallo, Francia, Germania e
Austria. All’inizio più inesperto, suona poi talvolta come
solista.
Il ritorno a Palermo è uno choc. Non si può e non si vuole
adattare alla facile impuntalità, alla confusione. Legge molta
musica, si diploma quasi come autodidatta.
Ad un corso a Venezia, incontrando un maestro come Principe che gli propone
di impiantare tutto per studiare con lui due anni, comincia a ripensare
quale avrebbe dovuto essere la propria preparazione. Ma ha bisogno di
guadagnare. Partecipa a un concorso alla Scala senza raccomandazioni e
convinzione. Lo vince. Vent’anni. Palpitazioni, un’emozione
enorme suonare coi più grandi direttori, pensare tutto prima per
non dimenticare i minimi particolari – Minetti, il primo violino,
arrivava un’ora prima -, si discute seriamente: e il suonare alla
Scala è un biglietto da visita, un’affermazione sociale.
Studia otto, nove, talora dieci ore al giorno, non formandosigli i calli
ai polpastrelli le dita gli sanguinano.
Deve partire militare a Palermo. Suona come altro primo al Massimo, poi,
quando manca il primo violino alla Sinfonica lo chiamano e, superato il
concorso nazionale, dai vent’uno anni è la “spalla”
dell’Ochestra.
Pensa che solo ora impara a studiare: un’ora gli vale dieci, e ha
il profondo rimpianto di non aver potuto studiare quei due anni con Principe.
Si prepara con impegno, con gusto, acquista esperienza – anche nella
musica da camera, soprattutto con Sollima e Perriera – ma pur giovanissimo,
trova il tempo d dedicarsi intensamente al lavoro educativo.
Se un ragazzo suona una nota non buona e tende a correggerla, lo lascia
continuare; lo ferma e gli fa ripetere se si rende conto che l’inesattezza
non era stata rilevata. L’esattezza non gli è tanto un fatto
formale quando di principio, morale.
Quando, di fronte a particolari difficoltà, prende il violino dell’allevo,
non è il “Ti faccio vedere Io come si fa”. Provando
il pezzo fonde lo sperimentare la difficoltà dell’altro,
con quello strumento, alla esposizione della propria soluzione: può
scoprire un difetto del violino o dell’archetto e far scoprire nel
contempo cosa possono esprimere quel violino e quell’archetto.
Ripete ai ragazzi che studiano con lui: “Ti consiglio di impostarti
così ma tu devi scorprirti via via in posizione più sciolta,
l’organizzazione più esattamente efficace. Se sbagli, cerca
di capire perché hai sbagliato: se fai bene, cerca di capire perché
fai bene. Solo tu puoi penetrare i problemi che ti si pongono, come pui
divenire sciolto ed equilibrato”. “Impara ad ascoltarti e
ad ascoltare gli altri”. “Il diventare musicista è,
anche, un processo dal vago all’esattezza”.
“Sciogliti, impara a suonare anche passeggiando”. “Concentrati,
controllati, guidati: tutto della tua vita si sente poi nella tua musica,
se dormi poche ore, cosa e come fai. Un artista deve sapere controllarsi
e concentrarsi come – e più di – un atleta”.
Crede nel lavoro di gruppo, nel suonare insieme, e lui con gli altri:
per dei ragazzi suonare con un artista come lui è assistere ad
una trasfigurazione delle proprie capacità, e la coscienza di questo
impone a ciascuno un più alto livello di responsabilità.
La sua formazione di educatore si sviluppa essenzialmente dall’accorgersi
di aver sbagliato a studiare. Di aver da ragazzo sottovalutato un certo
tipo d preparazione tecnica. Non mi meraviglierò se nei prossimi
anni Salvatore Cicero contribuirà a far crescere in Sicilia, con
qualificate collaborazioni internazionali, una delle più mportanti
scuole musicali del mondo.
Danilo
Dolci da “L’Ora” del 19 febbraio 1972
PREMIO
MAESTRO 2001
GIOVANNI PERRIERA (Palermo, 1923-1988)
Sul fascino straordinario che da sempre ha esercitato su di me il suono
del violoncello, per quella sua qualità di timbro che rende così
“umana” la voce di questo strumento, ha indubbiamente giocato
un ruolo determinante il fatto che, già da piccolissima, io abbia
avuto l’opportunità di ascoltarlo da un interprete sensibile
e appassionato quale era Giovanni Perriera; il mio personale ricordo
del Maestro ha infatti radici lontane, che affondano nel mondo della mia
infanzia, all’epoca in cui mio padre e Giovanni Perriera avevano
formato il Duo (divenuto poi Trio, a partire dal ‘64, quando a loro
si unì Salvatore Cicero). Le prove del Duo (come in seguito anche
quelle del Trio) avvenivano in genere a casa nostra, alla presenza di
un pubblico un po’ particolare: mio fratello Giovanni (futuro allievo
del Maestro Perriera ) seduto sul seggiolone, letteralmente soggiogato
dalla musica, mia sorella Donatella che ascoltava stando nascosta dietro
la porta perché terrorizzata dalla presenza, nella stanza, di un’inquietante
sagoma nera (il fodero rigido del violoncello), mentre io, più
temeraria , mi piazzavo di fronte al Maestro Perriera, affascinata forse
più che dalla musica dallo spettacolo che offriva la straordinaria
mimica del suo viso, sul quale si poteva letteralmente “leggere”
ciò che stava suonando.
Lo slancio appassionato con cui Giovanni Perriera suonava il suo strumento
era davvero travolgente, capace di attirare nel cerchio magico della musica
anche l’ascoltatore più distratto o indifferente. Altrettanto
travolgente era la carica di vitalità che emanava dalla sua persona;
chi lo ha conosciuto ne ricorderà il carattere schietto, la figura
agile, lo sguardo vivo e penetrante che spiccava al di sopra della folta
barba, e soprattutto l’intenso calore con cui discuteva degli argomenti
che lo appassionavano, gesticolando e ricorrendo spesso ad espressioni
vivaci e colorite. Era indubbiamente un personaggio che colpiva e affascinava.
Al violoncello si era accostato da piccolo, intraprendendone lo studio
sotto la guida di uno zio materno, Giuseppe Caminiti, all’epoca
primo violoncello al Massimo; nel frattempo però doveva anche studiare
da ragioniere perché, raccontava, “nella mia famiglia erano
tutti postelegrafonici e mio padre non era convinto che potessi vivere
soltanto con la musica”. (1) Ancora giovanissimo, nel ‘42,
aveva fatto esperienza d’orchestra con un complesso di giovani strumentisti
impegnati in una serie di concerti in Germania; tornato in Sicilia aveva
iniziato la sua lunga e infaticabile carriera di didatta (prima al conservatorio
di Messina e poi presso quello di Palermo), affiancandole un’altrettanto
lunga e brillante attività concertistica, non solo in qualità
di primo violoncello sia dell’Orchestra Sinfonica Siciliana (dal
‘58 al ‘73) che di quella del Teatro Massimo (a partire dal
‘74), ma anche attraverso un’intensa partecipazione a svariate
formazioni cameristiche. A questo proposito voglio ricordare, oltre al
Duo Sollima-Perriera e al Trio di Palermo (cui nel ‘68 fu assegnato
il Diapason d’oro proprio per la musica da camera ), il Duo Anderson-Perriera
(flauto e violoncello), il Duo Perriera-Grillo (violoncello e pianoforte),
il Duo Perriera-Patera (violoncello e clavicembalo), e soprattutto, il
Quartetto Mercadante, formazione cameristica insolita in quanto costituita
da quattro violoncelli, nata nel 1977 proprio su iniziativa di Giovanni
Perriera con il preciso scopo di recuperare musiche originali scritte
per questo raro organico.
Il Quartetto Mercadante (formato oltre che dallo stesso Perriera, da Marcello
Insinna, Rosalba Bigoni e Giovanni Sollima) tenne diversi concerti (di
cui alcuni per la RAI) e incise anche un disco.
Da solista Perriera aveva suonato sotto la direzione di nomi prestigiosi
quali Celibidache, Albert, Bloomfield, Machado, Ziino; il suo temperamento
impetuoso, appassionato, lo rendeva un interprete particolarmente adatto
al repertorio romantico e tardo-romantico; egli stesso tra le sue esperienze
da solista amava ricordare quelle legate all’esecuzione del Concerto
di Dvorak e, soprattutto, del Don Chisciotte di Strauss, che considerava
il suo cavallo di battaglia: “suonandolo divento io stesso Don
Chisciotte. Una volta mi immedesimai a tal punto da concludere con le
lacrime agli occhi”.(2)
Ma quello slancio appassionato era capace di temperarlo, senza che per
questo la sua interpretazione perdesse di calore, quando si accostava
a Bach, del quale, in più occasioni, eseguì con raffinata
sensibilità sia le Suites per violoncello solo, sia le sonate scritte
originariamente per viola da gamba; proprio a questo proposito cito una
recinsione del ‘71: “Le tre sonate per violoncello e cembalo
concertante di J.S.Bach hanno avuto in G. Perriera un interprete sensibilissimo;
la sua espressività dolce e incisiva, il suono caldo e pastoso
e l’intima umiltà con cui si è accostato al testo
musicale hanno commosso il pubblico”.(3)
Nei confronti del repertorio contemporaneo aveva un atteggiamento di moderata
apertura; la sua naturale disposizione alla bellezza e alla purezza del
suono lo portava ad essere fortemente polemico nei confronti dei compositori
cosiddetti “sperimentali” cui egli rivolgeva l’accusa
di violentare gli strumenti. A questo proposito, mi piace riportare alcune
sue infuocate dichiarazioni rilasciate nel corso di una intervista-dibattito
scaturita proprio da una lettera che Giovanni Perriera aveva indirizzato
al quotidiano L’Ora a difesa dei professori d’orchestra, accusati
pubblicamente da G. Gelmetti di “ostruzionismo ottuso” nei
confronti della letteratura musicale contemporanea (Gelmetti aveva appena
finito di dirigere a Palermo un ciclo di musiche contemporanee all’EAOSS):“…Non
capisco come direttori d’orchestra sinfonica tradizionale pretendano
(con l’ausilio di alcuni segni di fantasia marziana) di far prendere
a gomitate (nel migliore dei casi) un pianoforte, a bastonate e con suonacci
distorti (sempre nel migliore dei casi ) gli strumenti ad arco; a pernacchie
più o meno decenti o forti gli strumentini e gli ottoni; il tutto
con gran fracasso - o no! – di bidoni percossi, cianfrusaglie sbandieranti,
grattamenti e leccamenti di strumenti.…Non vedo perché non
si debbano sfruttare i nuovi strumenti elettronici (bellissimi peraltro
da tutti i punti di vista) ,invece di ridicolarizzare un’orchestra
sinfonica. .....Io mi rifiuto, mi ri- fiu – to di percuotere il
mio violoncello; non possono chiedermelo, è come se mi chiedessero
di percuotere mio fratello!” (4)
Oltre che eccellente interprete, Giovanni Perriera fu anche uno straordinario
didatta, dotato di una rara capacità comunicativa nel rapporto
con gli allievi; dalla sua scuola sono usciti validissimi musicisti (Giorgio
Gasbarro, Salvatore Pusateri, Giovanni Sollima, Carmelo Nicotra per citarne
solo alcuni) che ancora oggi, a distanza di tanti anni, ricordano con
vivida memoria i suoi insegnamenti.
Danilo Dolci così descrive Perriera didatta: “Sorridentemente
aggressivo non dà tregua al giovane, è quasi una pugna ogni
incontro, non mi meraviglierei se ne uscisse esausto: (….) ho visto
ragazzi lasciarsi dire da lui quanto certo non avevano tollerato da alcuno,
e non solo riguardo al violoncello. Sentono fiducia in questa persona,
che ogni volta li lascia più capaci, più concentrati e coordinati,
meglio respiranti di prima, quasi come un maestro di yoga.
Chiede il nitore, la bellezza del suono e del fraseggio fin dal primo
anno. Cerca di capire e di essere capito.(….) L’allievo dovrà
possedere quei mezzi che potrà assimilare dalla tradizione, dalla
cultura, dalla tecnica, ma soprattutto deve poter diventare spontaneo,
altrimenti sarà bravissimo ma non riuscirà a comunicare
niente di umano. Occorre un grande amore per vincere le mani dure, il
legno dello strumento, la durezza incorporata e riuscire a conquistare,
con l’espressione, se stessi: e a comunicare con gli altri. Chi
s’innamora può andare molto lontano”.(5)
E sono ancora parole di D. Dolci quelle con cui voglio chiudere questo
breve ricordo di Giovanni Perriera: “Non cerca i “bravo”;
sentire dire “che bella questa musica” è la sua più
grande gioia”.(6)
Anna Maria Sollima
(1) R. Alajmo,
“Ritratto di violoncellista” – Intervista a G. Perriera
su “Cronache” del 15 giugno 1985.
(2) R. Alajmo, ibidem.
(3) Recensione relativa ad un concerto tenuto da G. Perriera e S. Patera
presso la biblioteca del Conservatorio “V. Bellini”di Palermo(1971).
(4) F. Carli, “Io non lecco il violoncello” – Intervista-dibattito
pubblicata sul quotidiano L’Ora del 13 Novembre 1980.
(5) D. Dolci, “Chissà se i pesci piangono” , Ed. Einaudi,
pagg. 200-201
(6) D. Dolci ibidem
PREMIO
MAESTRO 2000
LIVIA GIACCHINO PAUNITA
Nasce nel 1910 in una famiglia di musicisti, di cui lei è la minore.
Sin dai primissimi anni rivela uno speciale talento musicale; dotata di
orecchio assoluto si cimenta all'età di appena quattro anni al
pianoforte con gli Studi e le Sonatine del I corso eseguiti dalla sorella
Tonì, più grande di due anni.
La sorella maggiore Maria Giacchino Cusenza, della quale fu la prima allieva
e con la quale compie gli studi pianistici, le impartisce le prime lezioni
all'età di cinque anni.
Dei suoi primi anni al pianoforte Livia Giacchino Paunita ama spesso ricordare
le difficoltà incontrate a causa della sua mano piccola e debole
"mano non pianistica", come lei l'ha definita, che solo il paziente
e mirato studio le permise di vincere.
Fu forse questa esperienza giovanile, legata certamente anche ad altre
maturate successivamente, quella che l'ha portata in età adulta,
divenuta insegnante, a perseverare con tenacia e a dare il meglio di sé
con tutti gli allievi, indipendentemente dalle loro doti, convinta che
il valore di una "scuola" pianistica non si misuri solo con
i risultati ottenuti dagli allievi migliori, ma soprattutto con i livelli
qualitativi che è capace di far raggiungere a tutti gli allievi.
Questa intuizione che può essere considerata di una modernità
assoluta, rappresenta uno dei tratti salienti della sua personalità
di insegnante.
Si diploma a 16 anni, avendo superato a 13 l'esame di 7°anno, pressoché
corrispondente all'attuale esame di compimento medio (8° anno). Il
suo repertorio a questo punto è già molto ricco, spazia
dall'opera di Bach, che rappresenterà nella sua attività
didattica una pietra miliare, a Beethoven, Chopin, Liszt. E in questo
periodo approfondisce anche autori del primo '900: Debussy, Albeniz, Ravel,
Casella, Castelnuovo - Tedesco.
Naturalmente non manca, nel fervore di tanto studio, per l'ambiente familiare
in cui si trova a vivere, lo svolgersi di una intensa e costante attività
cameristica e concertistica che la accompagnerà per quasi tutta
la sua carriera. Le prime esperienze risalgono all'età di nove
anni, sia da solista sia in duo con la violinista Sistina Lo Iacono, con
la quale continuerà a suonare per molti anni anche da adulta. E
poi in duo con la sorella violoncellista Tonì, in trio, duo pianistico
a 4 mani e a due pianoforti, con la sorella Maria Giacchino. Tra i ricordi
di questa nutrita attività cameristica la prima esecuzione palermitana
della Sonata di P.Hindemith per viola e pianoforte con Aurelio Arcidiacono,
che l’autore aveva dedicato allo stesso Arcidiacono, anch’egli
musicista di pregio entrato nella famiglia Giacchino quale marito di Tonì.
Come lei stessa ha sovente sottolineato la musica da camera ha avuto un
grande ruolo nella sua maturazione artistica. Proprio per questo, nella
sua attività di insegnante, le ha sempre attribuito un’attenzione
particolare, esortando e stimolando gli allievi a suonare in formazioni
cameristiche, quando non è stata lei stessa promotrice di gruppi
musicali. Riteneva, infatti, l’attività cameristica non il
ripiego di solisti mancati, ma una delle espressioni più alte dell’arte
musicale, fondamentale tappa nella crescita e nella maturazione espressiva
di ogni buon pianista.
Docente all’Istituto Magistrale e successivamente al Conservatorio
“V.Bellini” di Palermo, scrive con la sorella Tonì
– violoncellista, ma dedita all’insegnamento del Canto Corale
nelle scuole medie e superiori - un trattato per quell’insegnamento
specifico.
A questo punto della carriera Livia Giacchino Paunita ha già all'attivo
numerosi allievi di rilievo e molti altri ne formerà e porterà
al diploma nel futuro (forse neanche lei stessa avrebbe saputo dire quanti
sono stati) e con risultati più che soddisfacenti: molti di loro
sono oggi apprezzati docenti di Conservatorio e musicisti affermati.
Insegnante rigorosa ed esigente – ma anche affettuosa e comprensiva
- pretendeva un lavoro di continuo approfondimento tecnico ed interpretativo;
nel contempo incoraggiava, sosteneva all’altro strumento, per far
scoprire all’allievo l’essenza vera di ogni autore e di esso
ogni singola nota. Una guida illuminante, forte ma dolcissima che stimolava
una ricerca continua di interiore intensità espressiva nel rispetto
dell’estremo rigore stilistico.
Il suo impegno didattico non si arrestò mai nei confronti degli
allievi e dei loro allievi, che continuò a seguire con interesse
ed entusiasmo tenendo sempre vivo il ricordo degli insegnamenti della
sorella Maria anch’essa grande didatta, concertista e compositrice.
Nell’arco della sua lunga e importante presenza in Conservatorio
ebbe modo, infatti, di personalizzare il metodo didattico messo appunto
dalla sorella, facendone strumento finalizzato costantemente alla “resa
espressiva” degli autori, pur senza annullare la personalità
dell’esecutore.
Continuamente interessata alle novità che la Musica offre evolvendosi,
curiosa sempre di ascoltare i numerosi talenti che si alternavano nello
scenario concertistico “non volendo rimanere a tutti i costi ancorata
a vecchi archetipi esecutivi”- come soleva ripetere – era
sempre desiderosa di ulteriori rinnovamenti e approfondimenti. La stessa
grande curiosità non era riferita solo al “nuovo”:
era sempre interessata anche alle vecchie edizioni dei classici, per farne
i confronti. Fu così che riuscì a scovare la prima ed unica
edizione dei 12 studi op.1 di Listz di cui non se ne aveva conoscenza,
dei quali fece subito una revisione, pubblicata dalla casa Editrice Curci
nel 1976. E di ogni scoperta (o riscoperta) faceva subito partecipi gli
allievi a lei più vicini; potremmo affermare che il suo amore a
tutto tondo per la musica cresceva in maniera direttamente proporzionale
alla sua età, lucidamente, fino alla fine.
Fra le numerose pubblicazioni si ricordano: “I bimbi al piano”
edito da Carisch, imponente opera didattica dedicata agli studenti che
muovono i primi passi nel mondo del pianoforte; “Educazione musicale”
– Edizioni Petrini, Torino (1980).
Nel 2000 le viene assegnato il Premio Maestro alla carriera con la seguente
motivazione: Livia Giacchino Paunita rappresenta un raro esempio di passione
incondizionata per la musica e di dedizione all’insegnamento, inteso
nel senso più alto, di formazione della personalità musicale
degli allievi e non di semplice trasmissione di un sapere tecnico.
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