|
|
Venezia
non è laggiù, ma lassù
Il
ritorno di Casanova di Girolamo Arrigo
Outsider
è una parola di moda e che dunque io uso con fastidio, ma questa
volta credo inevitabilmente: Girolamo Arrigo è un outsider
della musica del nostro tempo. Dotato di una scienza compositiva completa,
della quale è debitore al suo ingegno ma parimenti al suo maestro
Max Deutsch, uno dei più grandi didatti della musica del secolo
trascorso, pur avendo vissuto a Parigi alcune decine di anni, avendo insegnato
in università americane, conosciuto i più grandi compositori
a lui contemporanei, Arrigo ha ostinatamente voluto percorrere una strada
solitaria, pagando questo orgoglioso isolamento necessariamente con una
emarginazione da circoli e conventicole che fecero la nuova musica nel
corso del mezzo secolo che ci sta alle spalle, e che tutt’oggi producono
il loro danno, pur avendo cambiato casacca secondo come gira il vento.
Si deve a questo se un capolavoro come Il ritorno di Casanova non
sia opera celebrata quanto quelle di Britten, per fare un nome. Eppure
non è a esse inferiore. Né è un caso che mi sia venuto
sotto le dita il nome di Britten. Arrigo in certo modo lo ricorda, sia
per la personalissima scrittura che per la geniale forza drammaturgica
dei suoi lavori teatrali, dei quali questo è probabilmente la massima
espressione.
Tratto da un raffinato romanzo di Arthur Schnitzler, è opera assolutamente
contemporanea. Rappresentata per la prima volta a Ginevra nel 1985, non
potrebbe essere stata scritta cinquanta o venti anni prima. Si avverte
che sono state superate le problematiche del Novecento storico e poi della
Neue Musik. Ma non è riconducibile al cosiddetto e ormai quasi
svanito Neoromanticismo, né facendo un salto indietro si può
pensare che possa trattarsi di un calco neoclassico, una sorta di nostrano
Rake’s Progress. Come dicevo più sopra, è Britten
che piuttosto si può citare. Ma, più che in Britten, qui
è attuato una sorta di recupero e riattualizzazione di tutta la
storia dell’opera. Si avverte nei pentagrammi del Casanova
come il compiersi di un tragitto tetrasecolare, eppure non c’è
una sola battuta che potrebbe dirsi risenta di qualsiasi compositore antico
o moderno. Sicché è un capolavoro difficile da catalogare
e dunque da apprezzare nonostante la sua apparente trasparenza, anzi proprio
per questo.
Valentina Galante infatti ci consegna con questo suo studio, che altro
non è se non la sua dissertazione di laurea così compiuta
da potere essere pubblicata senza modifiche, la prima monografia su Il
ritorno di Casanova, né tale potrebbe definirsi un mio pur
ampio saggio del 1986. Nulla è trascurato. Dalla genesi dell’opera,
alla costruzione del testo letterario e al suo rapporto con il romanzo,
all’attenta valutazione dei valori musicali, alle reazioni della
critica, alla ricca bibliografia, alle preziose tavole sinottiche: tutto
è fatto con cura, competenza e intelligenza. Ci si rammarica vivamente
che a tanta attenzione appassionata da parte di una giovane studiosa non
abbia corrisposto in tutti questi anni, e ora cominciano a essere tanti,
una altrettanto doverosa attenzione da parte delle istituzioni musicali.
Palermo in particolar modo dovrebbe rendere il dovuto omaggio a quello
che insieme a Salvatore Sciarrino può considerarsi il suo più
grande compositore vivente. Il ritorno di Casanova deve assolutamente
essere rappresentato al più presto sul palcoscenico del nostro
massimo teatro.
[…]
Abbiamo più volte citato il finale. Tutti le voci poco a poco svaniscono
e rimangono solo quelle delle donne che Casanova ha desiderato e sia pure
con l’inganno posseduto: Amalia, la locandiera, Marcolina. Esse
dipanano un raffinato terzetto ma poi si trasformano nelle tre bambine,
le figlie di Olivio e Amalia, e il terzetto riespone una deliziosa nenia
imbevuta di rassicurante tonalità, che peraltro è stata
presente in gran parte di quest’ultima scena. Improvvisamente però
e come a malincuore la tonalità si intorbida, sopraffatta dal grido
dell’orchestra, e presto ci abbandona. E parimenti a malincuore
noi abbandoniamo Casanova e il suo “miserabile albergo”. Con
la tonalità ci abbandona l’illusione di un impossibile ritorno
a una Venezia settecentesca che vorremmo attardarci a ripercorrere e che
immaginiamo carica di nebbia e di seduzioni e - insieme - alla gran madre
della musica teatrale del nostro tempo che è stato il melodramma,
del quale questo capolavoro segna a un tempo il massimo distacco e l’ultimo
atto. Ma siamo come rinfrancati dall’ironia del Cavaliere di Seingalt:
- Da dove venite, signore? - gli chiese un giorno la Marchesa di Pompadour,
incuriosita dal suo impuro francese.
- Da Venezia.
- Da laggiù?
- Signora - rispose con pronta impertinenza Casanova - Venezia non è
laggiù, ma lassù.
Antonino Titone
|